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Il Punto su: il procacciatore di affari non iscritto è un professionista abusivo?

Avv. Vittorio Provera

Da tempo in Italia si dibatte sul tema delle attività esercitate dai procacciatori d’affari e della distinzione con quella posta in essere dal mediatore. Quest’ultima figura è espressamente definita dal codice civile all’art. 1754 come “colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare senza essere legato ad alcuna di esse da un rapporto di collaborazione, di dipendenza o rappresentanza”.
A fronte della conclusione dell’affare, in virtù del contatto creato dal mediatore, il medesimo ha diritto di ottenere un compenso, qualificato come provvigione. Più sfumata è la posizione di procacciatore d’affari, che non trova disciplina normativa e si è quindi sviluppato come contratto atipico ove un soggetto, in modo occasionale, viene incaricato da uno o più soggetti per la conclusione dell’affare.
L’attività del mediatore è regolamentata dalla legge 3 febbraio 1989 n. 39, la quale ha imposto l’iscrizione nell’apposito ruolo professionale, che abilita all'esercizio sul territorio nazionale. Fondamentale è il fatto che solo l’iscrizione nel ruolo professionale fa sorgere il diritto alla provvigione. Secondo l’orientamento giurisprudenziale maggioritario, infatti, qualora l’attività sia posta in essere da un mediatore non abilitato vi sarebbe la nullità del contratto e l’applicazione delle sanzioni di cui all’art. 8 legge 39/1989. Altra tesi, sia pur minoritaria, ha affermato che la mancata iscrizione all’albo non determinerebbe la nullità, ma violazione di norme, consentendo tuttavia di chiedere il pagamento del compenso.
Ma in questo quadro come si colloca il procacciatore d’affari? Sul punto la posizione della giurisprudenza di legittimità è tutt’altro che univoca e, di recente, cio' ha indotto ad emettere un’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite in merito alla questione se il procacciatore di affari abbia o meno diritto alla provvigione, qualora non iscritto al ruolo dei mediatori. L’ordinanza, resa in data 04 novembre 2015 n. 22558 dalla Sezione Seconda Civile, prende spunto da una controversia avviata tra un procacciatore d’affari e una Società. Il primo, titolare di uno studio tecnico industriale operante nel settore di macchinari per cartiere, aveva convenuto davanti il Tribunale di Verona una Società la quale aveva acquistato – nell’ambito di una vendita fallimentare – l’impianto di una cartiera. Detta Società si era quindi rivolta al procacciatore per individuare acquirenti dell'impianto. In giudizio il procacciatore aveva formulato richiesta di condanna al pagamento della somma di euro 120.000,00, corrispondente alla provvigione, convenuta nella misura del 6% del prezzo di vendita a terzi che erano stati reperiti tramite l’intervento del medesimo. Era stato anche chiesto un ulteriore 2% per la cessione dei disegni tecnici dei macchinari. La Società si era costituita in giudizio contestando lo svolgimento dei fatti come esposti dal procacciatore ed eccependo la nullità della pattuizione sulla provvigione, poiché il soggetto che aveva avviato la causa non risultava iscritto all’elenco dei mediatori. In subordine aveva chiesto anche l’annullamento per dolo incidentale dell’ulteriore pattuizione riguardante il 2%. Il Tribunale, in primo grado, aveva condannato l’azienda al pagamento della minor somma di euro 85.000,00, ritenendo inapplicabile la previsione della nullità degli accordi sulla provvigione, se stipulati da soggetti non iscritti all’albo, in quanto - nel caso di specie - il titolare dello studio aveva svolto la funzione di mero procacciatore. La decisione è stata integralmente riformata dalla Corte d’Appello di Venezia, motivando che la mancata dimostrazione dell’iscrizione del procacciatore all’albo dei mediatori professionali, fa venir meno il diritto alla provvigione, poiché le determinazioni di cui alla legge n.39 del 1989 si applicherebbero anche a tale figura. La vicenda, dunque, e' approdata avanti la Suprema Corte sulla base di due motivi di censura: (i) l'insufficiente motivazione delle ragioni per le quali sarebbe ritenuta applicabile ai procacciatori (o cosiddetti mediatori atipici) la disciplina elaborata per i mediatori tipici; (ii) la non corretta interpretazione dell’art. 1754 c.c. e della Legge n.39 del 1989 art. 2 comma 4 che determina l’equiparazione (per il sorgere del diritto alla provvigione) della posizioni dei mediatori tipici ed atipici.
La Suprema Corte, esaminati i motivi, ha ritenuto opportuno sollecitare un intervento chiarificatore delle Sezioni Unite attraverso una ordinanza interlocutoria, nella quale sono state ripercorse le divergenti posizioni ed interpretazioni in materia. Un primo orientamento argomenta che la disciplina di cui alla Legge n. 39 del 1989 e quella ricavabile dal D.Lgs n. 59 del 2010 non dovrebbe essere applicata alla mediazione atipica, con particolare riferimento al procacciatore d’affari, stante l’ontologica differenza tra queste due figure. Piu' precisamente, il mediatore assume una posizione di terzietà, mentre il procacciatore ha un rapporto di incarico-colleganza con il cliente o proponente (in proposito si vedano Cassazione 5 settembre 2006 n. 19066 e Cassazione 26 marzo 2009 n. 7332). Ne consegue, in base a tale interpretazione, che la figura tipica del procacciatore non potrebbe essere accostata a quella del mediatore, poiché priva della caratteristica di imparzialità, agendo su incarico di una delle due parti, dalla quale può sostanzialmente pretendere la provvigione.
Avverso tale impostazione si sono pronunciate altre sentenze anche recenti (si vedano Cassazione 8 luglio 2010 n. 16147 e Cassazione 5 settembre 2006 n. 19066), secondo le quali l’attività del procacciatore si manifesta, comunque, come una prestazione di intermediazione, diretta a favorire fra terzi la conclusione di un affare, con conseguente applicazione delle disposizioni previste dalla citata Legge n. 39/1989, inerenti i presupposti di iscrizione per il diritto alla provvigione. Peraltro, l’art. 2 comma 4 della legge stabilisce che l’iscrizione al ruolo è imposta anche se l’attività è esercitata in modo occasionale o discontinuo su mandato a titolo oneroso, per la conclusione di affari relativi ad immobili ed aziende. Inoltre si è osservato che l’imparzialità non viene meno a fronte del solo fatto che l’incarico sia stato conferito esclusivamente da uno dei contraenti, poiché la mediazione si sostanzia nelle interposizioni neutrale ed imparziale fra due o più soggetti per la conclusione dell’affare. Dunque la mancata iscrizione determina l’esclusione del diritto alla provvigione.
A fronte di quanto precede il Collegio ha ritenuto dette opzioni come non facilmente risolvibili, in quanto entrambe tendono a soddisfare finalità parimenti apprezzabili anche se diverse: la prima avrebbe il merito di garantire l’osservanza di una stretta interpretazione del dato normativo (vincolante per il solo mediatore tipico) e consentirebbe, dunque, di riconoscere un compenso ad attività comunque svolte dal procacciatore (non iscritto al ruolo) a beneficio del proponente. La tesi piu' recente riconduce nell’ambito della legge n. 39 del 1989 l'azione del procacciatore, cio' anche allo scopo di combattere la piaga dell’abusivismo e garantire lo svolgimento degli incarichi da parte di persone moralmente e professionalmente idonee.
A nostro avviso, tale ultima esigenza assume una certa rilevanza, poiché consentire l’espletamento di determinate attività a soggetti che garantiscano requisiti di professionalità ed onorabilità tutela anche gli interessi generali della collettività, tanto più in un contesto economico e commerciale assai complesso e talvolta “spregiudicato”. Sotto questo profilo, dunque, l’iscrizione in apposito albo, che presuppone l’accertamento di correttezza e competenza professionale, dovrebbe essere comunque richiesto anche per le posizioni atipiche.

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