Licenziamento disciplinare del dipendente assente per malattia: fattispecie varie

Licenziamento disciplinare del dipendente assente per malattia: fattispecie varie

A cura di Stefano Beretta e Antonio Cazzella

Con sentenza del 7 ottobre 2016, n. 20210, la Corte di Cassazione ha ritenuto illegittimo il licenziamento di un lavoratore sorpreso per strada da un investigatore privato, nonostante l’esistenza di una prescrizione medica che gli impediva di uscire da casa. La Suprema Corte ha condiviso la valutazione della Corte di merito, secondo cui il comportamento del dipendente non aveva pregiudicato la sua guarigione e, quindi, il suo rientro in servizio. In particolare, la Corte di merito aveva rilevato che: a) l’accertamento dell’investigatore aveva riguardato solo gli ultimi tre giorni di una malattia durata sei mesi; b) il lavoratore era risultato presente in casa durante ben sei visite ispettive; c) il lavoratore era regolarmente rientrato in servizio al termine dell’assenza per malattia. Inoltre, la Suprema Corte ha rilevato che l’inosservanza delle prescrizioni mediche non costituisce un fatto punibile in sé stesso, ma, esclusivamente, laddove pregiudichi la guarigione e, quindi, l’interesse del datore di lavoro al regolare svolgimento della prestazione. Si tratta, infatti, di un comportamento differente dalla mancata presenza alla visita medica di controllo, che può comportare la sanzione del licenziamento, come recentemente affermato dalla Suprema Corte in una fattispecie in cui il lavoratore era risultato assente a tale visita ed aveva finto di essersi sottoposto ad un controllo medico (Cass. 11 ottobre 2016, n. 20433).

Nella fattispecie esaminata, la Suprema Corte ha, infatti, confermato che la possibilità di effettuare controlli sulla salute del lavoratore solo attraverso i servizi ispettivi non preclude al datore di lavoro di procedere, al di fuori dalle verifiche di tipo sanitario, ad accertamenti, attraverso un’agenzia investigativa, su circostanze di fatto idonee ad escludere la malattia; nel caso di specie, peraltro, la Suprema Corte ha rilevato che il lavoratore si era limitato a generiche censure sulla violazione della privacy senza neppure indicare quali norme sarebbero state violate.

 

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